Wildlife stays, wildlife pays

 

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Viviamo un tempo nel quale, grazie a vettori e tour operator sempre più performanti, i turisti, talora (e senza esitare) anche in condizioni estreme, “inseguono” e fotografano aurore boreali norvegesi su slitte trainate dagli husky. Esplorazioni oltre il circolo polare artico su slitte trainate da renne, a Rovaniemi in Finlandia, dormendo negli igloo. Squali bianchi da riprendere immegendosi in una gabbia di ferro, a “Shark alley” nel mare di Gansbaai in Sudafrica. Gorilla di montagna in piena libertà nelle foreste dell’Uganda. Elefantesse matriarche nella Masai Mara National Reserve, in Kenya. Leopardi e altri felini nel Greater Kruger National Park in Sudafrica. Fenicotteri incredibili alle Inagua Islands, Bahamas. Iguane convalescenti (per infelici incontri con bracconieri e turisti) a San Ignacio, in Belize. Tartarughe giganti alle Galapagos, l’“eden” ecuadoriano. Pinguini “imperatore” nel mare di Weddell, in Patagonia. Volpi rosse in Wyoming, nello Yellowstone National Park. Aquile (e villaggi di nomadi) durante il festival loro dedicato sui monti Altai, in Mongolia. Panda nei centri di tutela e riproduzione di Chengdu, in Cina… Ci auguriamo, ovviamente, che tutto ciò sia “sostenibile” e non pregiudichi a lungo andare la biodiversità.

Wildlife pays, Wildlife stays, suona ancora e sempre coinvolgente questo claim, secondo cui la natura, se rende, si perpetua, e la tutela dell’ambiente, anche a contrasto delle specie animali, vegetali e fungine invasive (zanzara tigre, vespa velutina, punteruolo rosso, gambero della Louisiana, ailanto, robinia…), si può validamente coniugare allo sviluppo economico, e viceversa (ecco un’altra ragione, ove già non bastasse quella “zoofila”, per la quale i safari dovrebbero essere tutt’al più fotografici, e mai più, mai più la barbarie sanguinaria che tuttora sovente sono).

Il dato meno gradevole è ovviamente la massificazione dei trend, che produce impatti ecologici sui sentieri e le cime, rifiuti, alterazioni nei comportamenti della fauna di cui si “invade” l’habitat…, allarmi che inducono a ripensamenti (come ci si può stupire per gli incidenti nel momento in cui, sul ghiacciaio del Monte Bianco, foto o selfie ritraggono persone in bermuda e infradito?). In tal senso nascono anche portali “adattativi” d’informazione scientifica, che in un’ottica di resilienza potranno agevolare i territori e i governi nel fronteggiamento di fenomeni avversi, dal forte impatto socioeconomico (terre, acque, case, imprese…); “cooperare” con la natura è vitale in un tempo di ruvidi cambiamenti climatici ed altro, si pensi ai Paesi Bassi le cui città debbono affrontare gli innalzamenti delle acque e le intense piogge. E a proposito di clima, secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, organismo di matrice ONU di cui fanno parte 91 scienziati di 40 Paesi), gli impatti climatici si collocano all'estremità superiore delle stime precedenti in tutte le parti del mondo interessate.

Umberto Curti, BioVoci

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