Carrello della spesa e risparmi


Nel nostro Paese, dati Istat del 2024 quantificano purtroppo in circa 5,7 milioni le persone che vivono una condizione di povertà assoluta, si tratta del 9,8% della popolazione. L’emergenza riguarda oltre 2,2 milioni di famiglie (8,4% del totale), alle quali letteralmente non riesce di fronteggiare le spese minime essenziali

https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-poverta-in-italia-anno-2024/

A fronte di ciò, l’atto stesso di far la spesa è divenuto assai più problematico, per non dire angoscioso. Il rincaro dei generi alimentari (freschi, verdure, latte, uova, carni, pane, pasta, olio, burro, succhi di frutta…) si lega anche, come ormai noto, a strategie speculative, su cui sarebbe opportuno ragionare – e intervenire - poiché l’effetto sociale sta deflagrando. L’Antitrust ha infine avviato indagini per verificare come si gonfino questi prezzi. Quanto ci costerà, ad esempio, anche un semplice piatto di gnocchi col pesto?

Una famiglia italiana su tre nel frattempo è costretta a tagli, a fronte di aggravi che nel quinquennio preso in esame arrivano a sfiorare i 2mila euro annui. Scelte meno “libere”, peraltro, indotte dall’impellenza economica, posizionano nel carrello della spesa prodotti qualitativamente peggiori.

In tale contesto, sarebbe come sempre utile che i consumatori si attivassero, pianificassero la spesa, privilegiando prodotti locali, di stagione, accorciando le filiere (aerei, TIR ecc. inquinano), aggregandosi in gruppi d’acquisto, imparando a cucinare anche quelle parti di verdure e quei pesci – ottimi e non costosi - che finora quasi sempre ormai “scartiamo”, riciclando avanzi, diminuendo sprechi. E last not least confrontando i prezzi al chilo e resistendo a tante sirene del marketing che occhieggiano dagli scaffali e, con promozioni e sconti, non di rado inducono ad acquisti tutt’altro che necessari e vantaggiosi.

In Italia, dati statistici riferibili al quadriennio 2021-2025 attestano aumenti del food (sovente immotivabili) di circa il 25%, dunque ben superiori al tasso d’inflazione generale… Conseguentemente, i consumi nazionali per cibi e bevande sono giocoforza scesi di circa il 17%. Vale a dire che le ridotte capacità d’acquisto delle classi sociali meno agiate, e delle categorie a stipendio fisso, ovvero i consumatori più vulnerabili al termine della filiera alimentare, impattano anche e direttamente su una priorità quotidiana quale il cibo. E il quadro non è roseo neppure, più a monte della stessa filiera, per i produttori agroalimentari, insufficientemente remunerati rispetto al proprio lavoro (di fatto, indagini alquanto recenti – 2024 – mostrano che, di fronte ad una spesa per prodotti alimentari di 100 euro, ai produttori rimane solo dal 7 all’1,5%, mentre al macrosoggetto trasporto-commercio rimangono ben il 42% e circa il 19% d’utile). Se Sparta piange, insomma, Atene non ride.

Per questo post di BioVoci suggerisco pertanto l’ancora illuminante M. Franzini, “Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili”, ed. Università Bocconi, 2011, e il recente M. Dona, “Il carrello dalla parte del manico”, ed. Vallardi, 2023.
Umberto Curti

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