La filosofia della DOP economy
Da anni lo scrivo nei libri, lo
pubblico online, lo specifico nelle conferenze, e soprattutto lo grido ai miei
corsisti: noi viviamo globalmente dentro l’antropocene, dentro qualcosa che sta
mettendo a repentaglio il futuro stesso del Pianeta.
E anche in àmbito alimentare, dunque, lo iato non è più fra
prodotti che, soggettivamente, più gradiamo o meno, bensì fra prodotti che
concorrono alla nostra salute (al nostro buonessere) e prodotti che la
minacciano…
Personalmente, io vivo e lavoro in Liguria, un “epicentro”
della mediterraneità, e non a caso anche i nostri muretti a secco e il nostro
modello gastronomico sono via via assurti a Patrimoni Unesco. Il Mediterraneo
storicamente determina una sorta di confine anche fra olio e burro, fra vino e
birra, fra grano e segale.
L’olio – e beninteso mi riferisco all’extravergine! – non è solo
un alimento bensì anche una sorta di farmaco, un nostro amico quotidiano.
Nondimeno, avverto di continuo che esso costituisce per i più un
conosciutissimo sconosciuto. E proprio dentro questa mancata conoscenza
s’insinuano i suoi “concorrenti” (mi si perdoni la parola), che occhieggiano
dagli scaffali, non di rado a prezzi inverosimili.
Da un lato si situano dunque i prodotti dalla chiara origine,
le cultivar autoctone, le filiere brevi, le qualità tracciabili, le garanzie
per il consumatore. Dall’altro prodotti sovente mediocri o scadenti sino al
trash food, prodotti derivati da mutagenesi, prodotti contraffatti dalle
agromafie, e l’Italian sounding concorre ad inquinare ancor più le acque e a
disorientare la domanda…
Per fortuna, nel nostro Paese ogni giorno circa 1 milione di
persone attiva un comparto produttivo che aggrega più di 180mila imprese
agroalimentari le quali si riconoscono nelle certificazioni europee IGP/IGT e
DOC/DOP. Sono realtà di varia dimensione ma che puntano tutte su un protocollo
disciplinare, il quale al contempo salvaguarda radicate tradizioni e promuove
la sicurezza e l’eccellenza, di fatto perpetuando un modo d’essere e lavorare
pressoché artigianale. Queste risorse, ove ben capitalizzate, incentivano anche
turismi del paesaggio e sapienziali, e - last not least! - creano prospettive
occupazionali per quei giovani, e potrebbero non esser pochi, che rivedano
nella terra e nei giacimenti food qualcosa su cui investire il proprio futuro.
Sta certamente all’acquirente individuare, nel mare magnum
delle merci, quelle etichette con logotipi e sigle che identificano le
indicazioni geografiche e le denominazioni d’origine. Sta all’acquirente badare
con attenzione a ciò che finisce nel carrello e in tavola.
A Imperia, città da sempre “olearia”, il 15 maggio alle 10.30
(Auditorium CCIAA Riviere di Liguria) viene non a caso presentato il saggio di
Mauro Rosati “La filosofia della DOP economy. Come il cibo di qualità può
generare cultura, comunità e futuro” (ed. Treccani), prefato dal noto sociologo
Umberto Galimberti. E’ davvero un viaggio, inevitabilmente, attraverso il top
del made in Italy, dai salumi ai formaggi, dai pani alle frutta. E
“quantificare” il valore di questo impegno lavorativo così tricolore
contribuisce anche ad ispirare una nuova filosofia dei consumi, attenta al
territorio e a quel che l’Italia deve continuare a rappresentare.
E' del resto un auspicio che da sempre BioVoci e Ligucibario® sposano in toto, e una mission –
statene certi, amici Lettori - cui anche in futuro non si sottrarranno...
Buona lettura.
Umberto Curti, co-founder di BioVoci


Commenti
Posta un commento