Nutrire la tavola coltivando la terra
L’agricoltura è come il bosco,
detiene un insieme di valori anche in senso storico, culturale, socioeconomico,
occupazionale. Mai dunque come in questo tempo globalizzato, l’antropocene,
tutelare (e promuovere) le qualità alimentari si posiziona come imperativo
quotidiano e diretto per favorire la sopravvivenza delle biodiversità.
Ricordo quando in gioventù
parlavo ai miei amici “estivi” (pressoché tutti lombardi) di Liguria “montana”,
restavano allibiti, vivendola solo come rivierasca, marina, non immaginando che
il Mediterraneo ha sponde quasi subito verdissime, e talvolta cime su cui d’inverno
persino nevica.
Oggi le sfide dell’innovazione
(si pensi al “precision farming”), della sostenibilità, della dignità del
lavoro rurale, traguardano - assai più che in passato - comparti via via
multifunzionali: agriturismi, fattorie didattiche, vendita diretta, escursionismo,
matching con consumatori di prossimità al fine di accorciare le filiere...
E chi come me ha la fortuna di
vivere per lunghi periodi in una valle d’entroterra percepisce anche un grande
interesse giovanile attorno alla terra, con giovani i quali decidono di rimanere
in loco ma anche giovani i quali (ben sapendo che quella terra è sacrificio)
investono il proprio avvenire stabilendovisi da altrove. Wildlife stays,
wildlife pays: la natura, se si perpetua, ripaga.
Accanto a tutto ciò, ed è già
molto, un Paese costellato di patrimonii UNESCO, fra i quali di recente la
cucina stessa intesa come convivio, dovrebbe consolidare una strategia
nazionale di educazione alimentare (ancora troppi consumatori di fatto non
conoscono quel che infilano nel carrello della spesa). Mi riferisco ad un “disegno”
complessivo che coinvolgesse agricoltori, consorzi DOP, scuole elementari-medie-superiori,
famiglie, cuochi, foodbloggers, eccetera eccetera, convergendo in primis sul
tema dei prodotti puliti, stagionali, di semplice tracciabilità, salubri (sono infatti
sempre più allarmanti pure in Italia i dati circa l’obesità infantile, indotta anche
da distributori automatici carichi di mille snack assai discutibili).
E’ del resto il tema delle cultivar
autoctone, dei grani antichi, del pesce “povero” (squisito), del riavvicinamento
fra campagne e centri abitati… Se il cibo è da sempre un concreto modo di
essere delle comunità, mangiar bene, in Italia, dovrebbe assurgere a diritto.
Quale testimone dunque vorremo passare ai giovani?
Per quanto sopra, agli amici Lettori di “BioVoci” (che da tanto non sono poi pochi) non posso che suggerire Padre Sandro Lagomarsini,
“Coltivare e custodire”, ed. Libreria editrice fiorentina, 2017… Un volume che
odora di Val di Vara.
Umberto Curti, co-founder di BioVoci

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