"Digger", al cinema il grido dell'insostenibilità
Proprio in questi giorni mi sono imbattuto nelle notizie, tutt’altro che rassicuranti, relative al Mar Baltico, un mare che – come il Mediterraneo – è quasi “chiuso” e che si trova oggi a fronteggiare un crescente inquinamento di natura chimica, dovuto in primo luogo a sostanze farmaceutiche, provenienti dagli ospedali e dai diversi sistemi di scarico, che finiscono per riversarsi nelle sue acque.
Da
decenni, ormai, sembriamo giocare con l’apocalisse, riuscendo a “sentire” il
pericolo soltanto quando esso assume forme che non possono più essere ignorate.
È accaduto, e continua ad accadere, con il cambiamento climatico: soltanto
quando le estati diventano progressivamente più roventi e la siccità sempre più
feroce ci rassegniamo a fare i conti con la realtà, e ciò che già temevamo
diventa improvvisamente percepibile, concreto, drammatico. E tuttavia
continuiamo a difendere strenuamente le nostre comodità, come se nessuna
rinuncia fosse davvero possibile.
È
stato dunque singolare, proprio in questi giorni, assistere al cinema a
“Digger”, il film del pluripremiato regista messicano Gonzáles Iñárritu, nel
quale Tom Cruise, trasformato dal trucco al punto da risultare quasi
irriconoscibile, interpreta con straordinaria efficacia un ottantenne magnate
del petrolio.
Che
cos’è, allora, “Digger”, se non un grido di disperazione e, al tempo stesso,
una durissima requisitoria contro i sovrani del business, contro quei tycoon
tanto potenti quanto grotteschi che, in nome del profitto, sembrano disposti a
spingersi sempre oltre, anche a costo di decretare la condanna del Pianeta? Un
film nel quale si avvertono echi kubrickiani e nel quale non mancano, in forma
parodistica, riferimenti a Trump e al trumpismo, quasi a restituire per
immagini il grottesco di un presente nel quale il confine tra realtà e
caricatura si è ormai fatto sottilissimo.
Eppure
la pellicola, che presenta una struttura scopertamente teatrale, riserva un
ulteriore e inquietante livello di lettura: quello che ci mostra è infatti un
mondo già quasi “postumo”, un mondo nel quale le catastrofi hanno avuto luogo
perché nessuno – e la politica meno di tutti – ha saputo contrastare per tempo
quei magnati cialtroni ai quali, semplicemente, delle conseguenze delle proprie
azioni non importava nulla. Così la storia ha finito per accelerare verso il
proprio epilogo, producendo scenari talmente estremi da risultare persino più
paradossali di qualsiasi satira.
Digger
appartiene precisamente a questa schiera. Vive in una sorta di reggia, immersa
in un parco che appare fin dall’inizio quasi artificiale, e sembra nutrire
un’unica autentica preoccupazione: una gatta vecchissima, ch’egli pretende di
mantenere in vita a ogni costo. Intanto, come conseguenza delle sue
trivellazioni, un enorme iceberg si stacca dalla Groenlandia e intraprende una
deriva verso l’Europa, destinata a provocare giganteschi tsunami ed impatti, e
a lasciare dietro di sé milioni di vittime.
Persino
l’emergenza si trasforma in una tragicommedia, con una riunione ospitata da una
sorta di Parlamento europeo dove burocrati ormai impolverati si agitano e
litigano come attori di un teatrino impotente. E proprio lì Digger, consumato
maestro dell’inganno, si esibisce in una piroetta verbale che pare fotografare
alla perfezione l’antropocene e il degrado del nostro tempo: un’epoca nella
quale ogni cosa può essere detta e subito dopo negata, compiuta e poi
giustificata, perpetrata e infine condonata. A maggior ragione se essa è
funzionale al possesso, al dominio, al potere tecno-finanziario.
Il
film è una prova d’autore che, proprio per la sua natura visionaria e per
quella cupezza che non concede facili sorrisi davanti alla catastrofe,
meriterebbe di essere portata nelle scuole. Andrebbe mostrata soprattutto a
quei ragazzi che troppo spesso, anche per responsabilità di un’educazione
incapace di offrire loro altri strumenti e altri orizzonti, sembrano non poter
trascorrere neppure un istante lontani dallo smartphone, costruendosi attorno
una sorta di esistenza collaterale, fittizia, sempre più distante dal mondo reale.
E
forse noi tutti dovremmo ricordarcene quotidianamente, anche al di fuori del
cinema: quando riempiamo il carrello della spesa, quando apriamo un rubinetto,
quando consumiamo risorse, quando ci rapportiamo all’ambiente e alle sue
fragilità. Non a caso Ligucibario® e BioVoci da molti anni hanno scelto di
promuovere una divulgazione attenta alla sostenibilità e alla biodiversità,
valori che trovano proprio nella tavola uno dei luoghi privilegiati della loro
concreta applicazione. Scegliere ciò che è di stagione, ridurre la distanza
delle filiere, imparare a leggere davvero un’etichetta, prendere le distanze
dagli OGM, dalla chimica, dalle contraffazioni e dal trash food: gesti forse minimi,
più che quotidiani, ma non irrilevanti, se davvero vogliamo smettere di
comportarci come se il Pianeta fosse una risorsa inesauribile.
Umberto Curti, co-founder di BioVoci


Commenti
Posta un commento