La “Stoppani” a Cogoleto, un monito per l’avvenire
| cogoleto (ge) |
Sto seguendo, come tanti, i preoccupanti sviluppi relativi all’acqua del Ponente savonese. Alcuni Comuni – Borgio Verezzi, Pietra Ligure, Villanova d’Albenga - hanno infatti dovuto chiudere i rubinetti (non si può usare l’acqua nemmeno per lavare i piatti) a causa di una forte presenza di PFAS, i famigerati composti chimici di sintesi, nati negli anni ’40 e, di fatto, eterni, “inestinguibili”, non bonificabili.
Vi lascio immaginare i disagi, col rifornimento dalle autocisterne, e tutto il resto… L’origine dell’inquinamento potrebbe legarsi a discariche dismesse, o a siti industriali, qualcuno ipotizza finanche le schiume usate dai vigili del fuoco per domare gli incendi.
Sia come sia, il nostro Pianeta è sempre più inquinato, oltraggiato ed “insicuro” ed ormai, a intervalli ravvicinatissimi, ci viene presentato il conto, un conto che impatta sulle nostre (un tempo assai più “sicure”) quotidianità. Sono reduce dalla visione di “Digger” al cinema, e dunque mi sentirei di affermare che solo chi è cieco o in malafede può negare l’evidenza dei fatti, o minimizzarli.
La realtà sta divenendo una distopia, ma molti soggetti, pubblici e privati, paiono neanche accorgersene, e nulla fanno. Troppo scomodo rinunciare a guadagni o cambiare abitudini.
In gioventù ho trascorso non poche estati a Cogoleto, ignaro di quel che avevo accanto (a levante dove Cogoleto incontra Arenzano). La località rivierasca possedeva quasi tutto quel che un giovane cerca per le proprie stagioni “balneari”, compresa una nutrita compagnia di amici che durò a lungo, e la vita risultava un po’ meno cara rispetto, ad esempio, alla limitrofa Varazze, più trendy. Il mare, per la verità, era quel che era, alcuni giorni appariva inquinato, più che altro per qualche rifiuto che galleggiava, qualche macchia di catrame, qualche alga maleolente, e nell’insieme non invitava a tuffarsi. Ci accontentavamo di una doccia, e confidavamo nell’indomani.
A Cogoleto il nome “Stoppani” circolava intensamente. Quella fabbrica di cromo esavalente sorta nel 1900, infatti, malgrado alcune notizie allarmanti che la riguardavano, dava lavoro a molti, appariva una risorsa occupazionale irrinunciabile. Usciti dal casello autostradale di Arenzano, discesa la Colletta ce la trovavamo davanti, lungo il torrente Lerone, enorme, ferrigna e alquanto sinistra, e inconfondibile per le ciminiere, attive ininterrottamente. La “Stoppani”, non c’è che dire, lavorava a pieno regime… Rammento che fungeva da portineria un curioso edificio a forma di “fungo”, che personalmente non ho mai avuto ragione di varcare.
In paese si mormorava – ma sottovoce - che gli operai avessero a lungo andare il setto nasale forato dalle esalazioni. Noi ragazzi, più ingenuamente, scherzavamo immaginando cromati i bianchetti (all’epoca ancora consentiti sulle tavole) che si fossero pescati al largo della foce antistante lo stabilimento…
E’ ora disponibile online, in libera visione, un prezioso video (link qui) che in realtà sintetizza tutto ciò che la “Stoppani” inflisse a quei luoghi e quelle comunità, con percentuali di cromo nell’ambiente maggiori di 100mila volte (100mila volte!) i limiti consentiti dalla legge. Basti dire che, dopo il fallimento dei primi anni Duemila, dopo la conseguente dismissione delle attività, e poi via via le demolizioni, l’opera di risanamento complessivo, ardua come poche, per non dire eroica, non è ancora terminata. Quel bellissimo territorio ancora non è disponibile, è un deserto dove finora si aggirano solo i fantasmi di quel che è stato e che vorremmo rimuovere.
Qualche volta, con gli amici, da fine anni ’70 navigavamo con timide barchette anche dinanzi alla foce del Lerone, dove però tutto era giallo, il torrente le rocce le sabbie…, un giallo in varie tonalità assolutamente innaturale, sorprendente, e qui e là si intravedevano, specie dopo le mareggiate di libeccio abbastanza cicliche, i famigerati “crostoni”, blocchi compatti di terreno, sabbie e residui chimici.
Pensare che tutto questo sia stato consentito, sia stato possibile sino all’inizio del nostro millennio, in una cittadina che oggi è meritatamente meta 100% turistica, dimostra che la nostra coscienza ecologista è, davvero, ancora quasi una neonata. E cammina su gambe ancora troppo fragili per garantirle “ascolti” costanti da parte di chi governa e da chi non mira che ai profitti. Ma, purtroppo, non c’è più tempo, l’antropocene sta divorando in un baleno il nostro avvenire, ce lo svela anzitutto coi cambiamenti climatici, le estati torride, ma ancora qualcuno osa immaginare che le prossime saranno più temperate…
Umberto Curti, co-founder di BioVoci


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