I limiti del ruralismo
C’era
una volta la ruralità, sorta di “idilliaco” passato a cui molti filosofi,
ambientalisti, cucinologi ecc. si richiamano… E come non notare, da parte di
chi fa il mio mestiere, anche i molti ristoranti che oggi vanno sempre più riproponendo,
ma con impiattamenti sofisticati e richiami cervellotici, forme più o meno
ostentate di “tradizionalismo gastronomico”?
Spiace
deludere tutti costoro, ma già il fascismo stesso, via via sempre meno rivoluzionario
ma sempre più antimarxista, con le bonifiche e i grani “arditi”, con gli aratri
e le spade, coadiuvato dai cinegiornali di regime e da ogni arma di cui
disponesse la moderna propaganda, cavalcò il tema del “ritorno alla terra”, come recupero
degli equilibri sociali e dei valori tradizionali della
società contadina…
E’
un trend, per la verità, già in atto dai tempi dell’antica Roma, o anche prima,
dal greco Esiodo sino al latino Orazio ed al filosofo Rousseau quest’idea
“illuminata” percorre un lungo cammino, l’uomo come figlio della natura e non
suo rivale. Ecco quindi riaffiorare, non senza misoneismi, il senso ancestrale
della casa, i ritmi rallentati, l’immediatezza dei rapporti umani, il lavoro
che crea beni tangibili, l’odore e il calore della famiglia, i cibi naturali…
Tutto ciò, oggi, in aperta antitesi ai consumi fast, allo spaesamento,
all’eccesso di fittizio, alla tecnologia invasiva, alla durezza
dell’individualismo, dentro una moltitudine dove l’uomo è usato e
spersonalizzato (link a Glossario).
L’antropocene,
nel frattempo, prosegue il proprio corso, con agricolture industrializzate
sempre più impattanti, climate change, pandemie, tecnodominii che dilatano nel
mondo le disparità socioeconomiche.
Fra
l’altro, le antinomie in primis italiane connesse alla brusca transizione da
una cultura agro-pastorale ad una industriale, con conseguenti emigrazioni
dalle campagne alle città, sino alla recente terziarizzazione economica, hanno
causato profonde “ferite” che inducono proprio istanze di “fuga” dal vissuto
presente, di rimpianto verso una realtà “altra”, percepita - consciamente
inconsciamente - come più autentica e meno alienata.
E’
pur vero che le urbanizzazioni, veri esodi da Alpi e Appennini * , hanno
affollato città che anche nel nostro Paese siedono sul banco degli imputati
quanto a ruolo inquinante (è così a livello Pianeta). In tali città sono via
via entrate in crisi anche le comunità abituali e la famiglia, primi punti di
riferimento per una positiva aggregazione inculturante. Si tratta di città,
inoltre, che non si approvvigionano più dalle campagne (di recente ho veduto
mirtilli cileni nel banco frigo di un noto supermercato). Il “core” non dialoga
più col “ring”, le filiere lunghe ammassano TIR sempre più carichi lungo le
autostrade.
Detto
ciò, a fronte di un’emergenza che per molti aspetti è globale, molti
intervengono con appelli demagogici, con toni municipalistici, senza
comprendere che tutto è ormai interconnesso, una foglia caduta in un continente
può – per così dire - determinare un terremoto in un altro, e ogni barriera è
illusoria.
Quanto
alla natura, specie la montagna, si pratica una sorta di museificazione, che però
più di tanto non indaghi sulle condizioni di vita e le cause che un tempo
determinarono l’abbandono di certe aree (ma senza tale indagine come sperare
che nuovi abitanti vi giungano?). La natura, specie la montagna, è moda da
turisti, che poi però raccolgono il veratro scambiandolo per genziana, il
colchico d’autunno per zafferano, e rischiano di avvelenarsi.
Di
questo ruralismo miope e populista, che loda il passato a prescindere, e che
nulla propone “in agenda”, non abbiamo bisogno. Non abbiamo bisogno di altri
progetti pensati per imprese ma redatti da chi le imprese neppur le conosce.
Non abbiamo bisogno di altri progetti pensati per il turismo ma che poi, a
conti (e auditing) fatti, non hanno attirato un solo turista in più…
Occorre
sottolineare chiaro e forte (la mia piattaforma Ligucibario lo fa da tanti anni...) che non vi sarà un futuro reale per certi territori
e borghi se continueranno a mancare collegamenti viari decenti e connessioni
web che attenuino l’isolamento quand’esso è letale. Non vi sarà un futuro per certe
comunità ed economie se non si attiveranno corsi base, accuratamente centrati
sulle esigenze locali, di marketing e management, di storytelling, di lingua inglese
come strumento vitale per comunicare con molti mercati, e last not least, come
accennavo, di web e social media. Chi si ostina ad individuare tout court nella
“modernità” un nemico, e presume che certe realtà non debbano aggiornarsi, e promuoversi
al passo coi tempi, perché si “snaturerebbero”, non ha compreso la posta in
gioco né l’incalzare dei tempi…
*
dove non a caso va estinguendosi anche la trasmissione orale dei saperi…
Umberto Curti, BioVoci
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